Abbiamo visto per voi "L'ultimo gigante" su Netflix ed ecco cosa ne pensiamo.

 Se state cercando un film che vi faccia saltare sulla sedia o che rivoluzioni la storia del cinema, L'ultimo gigante non è quello che fa per voi. È arrivato su Netflix con l'aria di chi vuole spiegarti la vita, ma finisce per essere il solito dramma familiare che potresti guardare con tua nonna la domenica pomeriggio senza troppi traumi.

Abbiamo visto per voi "L'ultimo gigante" su Netflix ed ecco cosa ne pensiamo.

Ecco la nostra recensione senza filtri.

L'ultimo gigante: Quando il trauma familiare incontra una cartolina di Instagram

Diciamoci la verità: la trama è più prevedibile di un algoritmo di TikTok. Abbiamo Boris, il classico tipo "fuggito dalla civiltà" che fa la guida turistica alle cascate dell'Iguazú (spoiler: sì, l'acqua è bella, l’abbiamo capito dopo i primi 10 minuti di riprese col drone). La sua vita monotona viene interrotta da Julián, il padre che lo ha abbandonato e che si ripresenta con l'aria di chi ha sbagliato strada ma in realtà vuole solo scaricare i suoi sensi di colpa prima del gran finale.

Oscar Martínez vs. La Noia

L'unico motivo per non chiudere l'app dopo mezz'ora è Oscar Martínez. L'uomo ha una faccia che sembra scolpita nel granito e riesce a rendere interessante anche il modo in cui beve un bicchiere d'acqua. È bravo, forse troppo per questo film. Accanto a lui, Matías Mayer fa il suo dovere: è il figlio arrabbiato, guarda lontano, sospira molto. Praticamente recita "il risentimento" per tutto il tempo, ma senza mai graffiare davvero.

Perché sì (se proprio dovete)

L'estetica: Se vi serve un background rilassante mentre scrollate il telefono, i paesaggi argentini sono spettacolari. È fondamentalmente un documentario del National Geographic con un po' di dialoghi esistenziali nel mezzo.

I silenzi: In un mondo di film dove tutti urlano, qui si parla poco. Peccato che quando parlano, dicono cose che sembrano uscite da un libro di aforismi comprato in autogrill.



Perché no (la dura realtà)

Il problema principale è che L'ultimo gigante soffre della sindrome del "prodotto medio Netflix". È pulito, ben girato, ma privo di anima vera. È tutto terribilmente calcolato per farti scendere la lacrimuccia al minuto 85. Non c'è un guizzo, non c'è un montaggio originale, non c'è una scena che ti faccia dire "wow". È cinema "confortevole", ma il comfort spesso è il nemico dell'arte.

Il Verdetto

Non è un disastro, ma è terribilmente ordinario. Se volete vedere un uomo anziano che riflette sui propri errori in modo magistrale, riguardatevi The Father. Se volete vedere le cascate, usate Google Earth. Se invece avete due ore da buttare e volete sentirvi "profondi" senza fare alcuno sforzo intellettuale, cliccate pure su play.

Voto: 5.5 / 10

Nota per il lettore: Non fatevi ingannare dalla fotografia patinata. Sotto la superficie c'è meno sostanza di quanta ne trovi in un video di "unboxing" di scarpe. È il tipico film che dimenticherai tre minuti dopo aver visto i titoli di coda.